Il rischio del niente
da “il grandevetro” n. 194 febbraio/marzo 2009
Le primarie fiorentine hanno insegnato qualcosa o sono state solo un modo di scegliere un candidato sindaco? Ha vinto Matteo Renzi, che per molti di sinistra rappresenta una specie di orrore. Un candidato perfetto per la destra. Anzi uno sospettato di essere stato sostenuto proprio da quella parte politica, oltre che da ragazzetti ambiziosi. Ci si può anche consolare così, ma le cose sono un po’ diverse. Lui non ha vinto con i voti del centro destra, che al voto non ha partecipato in modo percepibile, e non preso i voti dei ragazzetti, visto che i sedicenni ammessi al voto poco si sono visti. Ma chiunque abbia avuto la voglia di vedere chi andava a votare, ha potuto constatare due cose: che la vittoria Renzi l’ha ottenuta in tutti i tipi di quartiere, popolari e non, e che a votarlo sono state tutte le classi anagrafiche, ma soprattutto quella che prima era la pancia del vecchio Pci, poi Pds e poi Ds e quindi Pd. E la classifica dell’arrivo è stata stilata dai 37.600 votanti in modo inversamente proporzionale all’anzianità di servizio. Curriculum lungo ultimo, curriculum breve primo. Mentre l’ordine di arrivo è stato direttamente proporzionale rispetto all’età. Il più giovane primo, il più vecchio ultimo. Tutto questo suggerisce niente? Tutto questo suggerisce niente? Ma se non bastasse, si può aggiungere che il primo e il secondo sono di provenienza Margherita e il terzo e il quarto ex Pci. Stessa storia a Prato. Non sappiamo se Renzi vincerà le elezioni, ma è probabile, perché la destra fiorentina sceglie sempre con grande zelo candidati perdenti. Ma soprattutto non sappiamo se Renzi potrà essere un buon sindaco che svegli una città sopita e lamentosa. Ma chi lo ha votato ha compiuto una scelta: proviamo questo che sembra nuovo. Non si sa se sia un gesto di saggezza o di disperazione ma lo ha compiuto con una chiarezza insospettata. Il primo insegnamento è questo: nessuno, nonostante le lunghe militanze, aveva capito che cosa stesse gorgogliando nella mente dei fiorentini, vecchi o giovani che fossero. Non solo, ma la convinzione era che nulla fosse cambiato e neppure i sondaggi hanno scosso queste certezze, fino all’ultimo. E il candidato più di sinistra presente in queste primarie di coalizione, Eros Cruccolini, presidente del consiglio comunale, non è andato oltre i 2.000 voti su 37.000. Bastano questi elementi per potersi fare delle domande? Oppure è sufficiente continuare a vedere tutto ciò come un incubo dal quale prima o poi ci si sveglierà? Forse, con tutta umiltà lo si può affermare, qualcosa è cambiato. Può non piacere, può essere contrario al desiderio, può essere considerato il male dei mali, ma molto è cambiato. Si può farsene una ragione e trovare gli strumenti per continuare una giusta lotta politica, oppure organizzare una rivoluzione se ce ne sono le condizioni, oppure procedere come si è sempre fatto, ma in quest’ultimo caso è bene avere la consapevolezza che non si fa più politica semplice e onesta testimonianza. Cosa peraltro bellissima, anche se di scarsa utilità politica. La parola utilità suscito un certo fastidio in molti, ma le persone che hanno votato a Firenze hanno puntato proprio sui voto utile, nel caso specifico utile a cambiare, almeno questa era ed è la loro speranza. Utile, nel voto politico significa molto: trovare il modo perché il voto stesso possa pesare, incidere, modificare le cose nel senso desiderato o almeno nella tendenza sperata. Non rendersi conto di questo significa perdere il contatto con le cose, significa continuare a immaginare un mondo che non c’è e che non ci sarà antro un tempo ragionevole. È comprensibile che non sia una cosa facile. Quando per decenni si è stati legati a una visione del mondo, a un progetto, a una sorta di idea platonica dell’essere di sinistra, lo scontro con il mondo reale può essere doloroso. Ma se per un attimo abbandoniamo il termine sinistra e usiamo quello forse più generico di progressista, possiamo fare alcune considerazioni. A questo termine contrapponiamo, per comodità, quello di reazionario e analizziamo un po’ la storia del mondo. Si vede subito che nei millenni l’essere reazionario non ha avuto grandi scosse evolutive. È sufficiente avere alcune certezze: essere convinti della propria superiorità, del fatto che è la forza che determina i destini, che chi è forte è in fondo al di sopra della legge, che la forza decide la differenza tra bene e male, che non tuffi sono uguali davanti alla legge, che esiste quasi sempre una investitura divina (e infatti si cerca sempre una alleanza con chi ritiene di rappresentare la divinità e altri concetti analoghi. Piccoli cambiamenti nel tempo, ma la sostanza resta questa. Diverso è il caso del progressista. Questo termine, anche quando non c’era, ha avuto molti significati diversi legati al tempo, al luogo, alle classi sociali, alle religioni che lo hanno interpretato, alle rivoluzioni che lo hanno diffuso. Con le lotte intestine fortissime per affermare il verso significato del termine. Inoltre il reazionario parla, come si dice, alla pancia delle persone. Se a un progressista occorre un certo tempo per spiegare perché è favorevole all’aborto, a un reazionario basta una sola parola: assassino. Così mentre un progressista fa una lunga dissertazione sull’idea di accoglienza, il reazionario liquida la questione immigrazione con pochi termini efficaci: invasori, stupratori, delinquenti, vagabondi. In più l’essere, o ritenersi, progressisti richiede un continuo aggiornamento, perché le condizioni e le aspirazioni che fanno riferimento alla libertà, alla autonomia di giudizio e di comportamento mutano continuamente. L’idea di povertà che si può avere oggi in Italia è diversa da quella di 50 anni fa, e quindi le risposte non possono che essere differenti. Questa apparente ovvietà non trova sempre riscontro nell’azione politica. È possibile oggi agire politicamente in modo efficace con strumenti e pensieri fortissimi negli anni Sessanta e Settanta? È possibile avere risultati avendo come nemico principale il vicino riformista? Il contributo dato dalla sinistra alla scomparsa del governo Prodi e il successivo ritorno trionfale dello destra è cosa di cui sentirsi soddisfatti? Ma, soprattutto, si è sicuri che così facendo si interpreti al meglio l’elettorato che può guardare a sinistra? Può darsi. I dati al momento non lo confermano. Si può continuare a considerarsi delle avanguardie, ma se il resto dell’esercito non c’è, l’avanguardia resta isolata e senza speranza. Inoltre questo modo di procedere ha contribuito a che oggi ci si trovi non tanto a discutere delle nuove frontiere del socialismo, ma della salvaguardia di vecchi principi liberali e borghesi: l’uguaglianza davanti alla legge, l’indipendenza della magistratura, la libertà di informazione, il ruolo della scuola pubblica, cose prima scontate e ora a rischio grave. Come risultato non pare grandissimo. Mica che si voglia dare la colpa tutta a qualcuno. Anzi, non si tratta neppure di cercare la colpa, attività spesso inutile, ma di cercare di capire perché queste cose succedono e come si possa fare perché non si ripetano. Si continuano a usare parole, rivolge agli avversari che stanno sulla stessa sponda che, come poltergeist, riappaiono sulla scena politica: fare autocritica. Un termine commovente, da rievocazione storica, ma lontanissimo da questo mondo. E allora quelli che si definiscono comunisti che cosa dovrebbero fare? Usando criteri simili si va poco lontano e soprattutto non si ottiene consenso. Non siamo più in un paese contadino e operaio, e meno che mai in questa regione. Non ci sono più gli stessi livelli culturali. Non c’è più lo stesso modo di percepire la politica. La gioventù non conosce il termine impegnato. Le donne non stanno cercando la liberazione. La chiesa, nonostante il clericalismo pesante, non ha più l’influenza di un tempo. I partiti non esistono. Le lotte sindacali hanno cambiato aspetto e obiettivi. Le parole di venti o trenta anni fa hanno perso il loro significato, non trascinano niente e nessuno. Si può fare finta di niente. Ma non è il niente che si otterrà.





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